Pieve di San Vittore   Pieve di Tipano
 

R O V E R S A N O

BREVI CENNI STORICI
a cura di Alberto Cicognani
e Nicola Gargea

Giordano Severi (1930)

 

 

 La valle del Savio ed i dintorni dei colli furono abitati fin dall'età neolitica, come dimostrano materiali risalenti a tale periodo rinvenuti nella zona del Monte ed a Borello.
Nell'anno 1000 il territorio cesenate è sotto il potere dell'arcivescovo di Ravenna benchè Cesena godesse di una grande autonomia.Per ridurre l'autonomia di Cesena il Papa Celestino II nel 1143 alloca, cioè dà in amministrazione a Pietro di Onesto, ravennate, " tutore dei figli di Rainerio de Cavalconte conte di Bertinoro, i beni che la chiesa ravennate possedeva a Cesena e nel territorio Cesenate.lI vescovo Anselmo, antistide ( Vescovo che presiedeva ed amministrava la Diocesi) della Chiesa ravennate, acquista nel 1144 dai fratelli Ugo e Raniero, conti di Panico, un territorio nel Cesenate chiamato Riversano (Roversano) che comprendeva due Castelli, parti di territorio cesenate e il plebato di S. Vittore in Valle.
Il 3 dicembre 1157 il Vescavo viene a ricevere il giuramento di fedeltà degli abitanti e l'ossequio di Oddone, Vescovo della diocesi di Cesena.
Alla famiglia Cavalconte- Conte di Bertinoro- il castello di Roversano fu riconfermato nel 1160 da Federico Barbarossa, nel 1209 da Ottone IV e nel 1228 da Papa Gregorio IX.
Il castello di Roversano , situato in splendida posizione e con un imponente elevatezza, era circondato da forti mura delle quali oggi restano alcune vestigia; difeso da bastioni e baluardi in bell'ordine disposti, aveva una sola porta d'ingresso "fatta secura" da un robusto ponte levatoio e fiancheggiata da un robusto e forte torrione.( Da il libro "Il castello di Roversano" di P.Benizzi- 1905).
Questi elementi, mentre ci dicono che Roversano era un magnifico e fortissimo castello, ci lasciano regionevolmente ritenere che la sua costruzione debba risalire ad epoca anteriore e precisamente prima dell'anno 1000.
Roversano fu sempre considerato come un'appendice della fortezza di Cesena da cui dista solo sette chilometri.
Nulla si conosce di positivo sull' origine del Borgo; si sa solo che all'epoca della invasione dei Goti e dei Vandali aveva i suoi "Domicellos" cioè castellani insigniti della dignità di Conti.
L'antico "Castrum Riversanum" deriva forse il suo nome da Ripa o Rivus Sanus che, secondo una leggenda, gli sarebbe stato conferito da una nobildonna la quale, mentre era di passaggio da Cesena, si ammalò gravemente.
Vinta l'acutezza della malattia venne in questo Castello per respirarvi la sua aria salubre e ricostituente e ne ebbe un così grande giovamento fisico che,riconoscente,lochiamo Castello di "Ripasanus ".
Attorno al 1200 all'interno del territorio cesenate vi erano terre governate da altre Signorie, talvolta in guerra tra loro; anche Roversano aveva un proprio Signore che , come accennato più sopra, aveva il titolo di Conte.
Durante le lotte fra Guelfi ( favorevoli al Papa) e Ghibellini ( favorevoli all'Imperatore),nel 1273 i Cesenati vennero a battaglia coi ghibellini forlivesi , alla cui testa si era posto Guido da Montefeltro, capo dei Ghibellini romagnoli.
Il primo scontro avvenne nella valle di S. Vittore ed i Cesenati ebbero la peggio e furono costretti a ritirarsi a Roversano dove si fortificarono validamente.
I Forlivesi impegnati in battaglia anche coi Bolognesi, non poterono inseguirli immediatamente; ma una volta sconfitti questi ultimi, corsero subito a Roversano, lo cinsero d'assedio mantenendolo per due anni, al termine dei quali, nel 1275, riuscirono ad espugnarlo.
Coi vincitori Forlivesi entrarono in Roversano anche i Cesenati di parte Ghibellina ed insieme misero a fuoco le case degli odiati avversari.
Questo periodo, come narrano le cronache, fu assai duro e pieno di sofferenze per gli abitanti di Roversano.
Un dettagliato racconto della caduta di Roversano si deve al Cobelli:

- Nell'anno 1275 prima domenica di Settembre Il magnifico Conte Guido da Montefeltro, capitano generale di Forlì e Faenza e di tutte le truppe della lega romagnola, andò con tutte le truppe verso Roversano, il quale dista tre miglia da Cesena, per espugnare detto Castello.
Messer Galeotto de Lambertinis da Bologna, podestà di Cesena, con molti altri Guelfi Cesenati,si era rifugiato nel castello di Roversano.
Messer Malatesta, il quale era a Cesena, accorse con l'esercito Cesenate in difesa del castello.
Si accese una grande battaglia ed i Cesenati si difesero strenuamente.
A dar manforte ai forlivesi si aggiunse Messer Guglielmo de Pacis, capitano dei faentini.
Subito cominciò la battaglia contro Messer Malatesta il quale, messo in fuga, si rifugiò a Cesena.
Allontanato il Malatesta, Guido da Montefeltro fece circondare il castello ed infine lo espugnò.
A seguito della presa di Roversano anche Cesena si arrese.
Vent'anni dopo, nel 1295 Roversano venne ricostruito dai Ghibellini e furono riedificate le case date alle fiamme nel 1275.
Il castello continuava ad essere oggetto di dispute fra guelfi e ghibellini.
Una volta ricostruito e di nuovo in buone condizioni Roversano destò interessi di conquista da parte di certi signori Marani che costituivano una frazione a parte dei Guelfi di Cesena.
I Marani, con l'aiuto di gruppi di fuoriusciti che essi avevano organizzato all'interno della propria fazione, assalirono improvvisamente il Castello e se ne impadronirono togliendolo ai Forlivesi.
Questo fatto non piacque ai guelfi cesenati che non tollerando la fazione dei Marani e tanto meno le loro scorrerie da avventurieri, decisero di togliere il castello di Roversano dalle mani dei Marani.
Guidati da Galasso, loro capitano, e dal Vicario della chiesa ravennate i Cesenati marciarono contro i Marani, cinsero d'assedio Roversano ed in tempo breve se ne impadronirono.
Era l'anno 1296 ed i signori del Castello ( gli Alberigo) furono nominati " Conti di Roversano".
Intanto, ritornata sotto il dominio della Chiesa, Cesena è insofferente delle pretese arcivescovili.
Il 18 dicembre 1295 Cesena accoglie dentro le mura ed offre uno stipendio al figli di Alberico, castellano di Roversano, che avevano ucciso a Cava del Colle un importante funzionario arcivescovile definito "uomo malvagio ed usurpatore dei beni cesenati".
I Forlivesi, comunque, non si erano rassegnati alla perdita di Roversano, ritenuto posizione importante dal punto di vista strategico e perduto , fra l'altro, in modo piuttosto vergognoso, dal punto di vista militare, per mano di un gruppetto di avventurieri cesenati, scesero di nuovo in armi con il fermo proposito di riconquistarlo.
Ma Guglielmo Durante, Conte e Vicario delle Romagne, attento a ciò che stava per accadere ed appena saputo delle intenzioni dei Forlivesi fece pubblicare un editto con cui minacciava di scomunica tutti coloro che , "contro la mente di Santa Madre Chiesa ", si fossero uniti ai forlivesi contro il castello di Roversano.
La grave minaccia raggiunse il suo scopo ed i forlivesi rinunciarono.
A seguito del giubileo indetto da Papa Bonifacio VIII i capi ghibellini di Cesena, città ancora nominalmente soggetta all'Arcivescovo di Ravenna, cercano un compromesso con il Cardinale Matteo d'Acquasparta, nuovo rettore della provincia.
Il primo a cercare un accordo con il Cardinale è Raul Mazzolini.
Quando il nuovo capitano del popolo Federico vuole rafforzare le difese del castello e della Murata il popolo insorge ed il 13 maggio 1301 dirocca il forte e scaccia podestà e capitano.
Il Cardinale Matteo d'Acquasparta accorre subito da Rimini ed insedia come podestà Gerardo Mazzolini.
Il primo atto del nuovo governo è di restituire all'Arcivescovo i castelli che gli erano stati tolti ed inizia la costruzione del porto di Cesenatico.
I ghibellini romagnoli si alleano fra loro ed aiutati dalle milizie ghibelline di Arezzo ed dai castellani destinati a ritornare sotto il dominio arcivescovile invadono il territorio cesenate facendone scempio ed espugnandone i castelli, ad eccezione del castello di Roversano e Formignano ; smantellano persino il porto di Cesenatico, la cui costruzione riprenderà il 1 giugno 1314 e lo sbocco al mare avviene il 10 agosto 1314.
Il porto viene ridistrutto nel 1319 e ripristinato alcuni anni dopo da Aimerico.
Il 20 maggio 1303, a seguito dell'alleanza di Cesena con Rimini, assume l'incarico di podestà e di capitano Umberto Malatesta ed inizia l'alleanza con la grande casata.
In questo periodo Roversano destò l'interesse di un altro signore del vicinato, Bernardino da Polenta, il quale, incurante della scomunica, operò in modo tale che in brevissimo tempo venne in possesso del Castello togliendolo ai cesenati.
Sembra che Bernardino avesse corrotto con l'oro sia il signore di Roversano, Alberico (che rimase castellano di Roversano), sia i " terrazzani ", cioè gli abitanti del circondario.
I cesenati sopportavano con malavoglia il possesso di Roversano da parte dei de Polenta ed avendo saputo che il castellano Alberico li aveva traditi a favore del mortale nemico Bernardino da Polenta, il 28 maggio 1304 i cesenati, guidati dal Malatesta assediarono Roversano.
Il podestà di Cesena porta con sé un argomento convincente : i due figli di Alberico da lui fatti arrestare a Cesena, città ove risiedevano stabilmente ed in cui vivevano, come detto, con uno stipendio del Comune, fa innalzare due forche sotto le mura del castello.
"Chiamate messer Alberico, ecco i suoi due figli giovanetti forti; ma se non ci rende la rocca potente vi dico che i suoi due figli presto saranno morti.".
così minacciò il Malatesta.
L'orribile spettacolo induce Alberico alla resa mentre i ragazzi, fatti scendere dalla forca semisvenuti, si danno alla fuga.
Lo stesso fatto, in una " Storia di Cesena" di Zazzeri-Raimondo, viene così descritto: Con il pontificato di Benedetto XI di Treviso fu spedito come legato pontificio nella Romagna Tebaldo Brusati di Brescia che venne ad abitare a Cesena.
Essendo Tebaldo acerrimo nemico dei ghibellini, fu osteggiato da Bernardino da Polenta che, per fargli guerra, venne in quel di Cesena e pose l'assedio al castello di Roversano.
Era castellano un Alberico che, sprovvisto di forze, credette miglior cosa venire a patti con Bernardino.
Da ciò fortemente offeso il Legato fece prigionieri in Cesena i due figlioli di Alberico e con essi si portò dinanzi alle porte del castello minacciando di farli impiccare…… Il 7 luglio dello stesso anno il comune di Cesena fa demolire dalle fondamenta il castello "insigne e bello".
Nel 1318 diviene podestà e capitano del popolo di Cesena Aimerico il quale, oltre ad altre opere, provvede a restaurare il castello di Roversano.
Nel 1319 Roversano era ritornato alla Santa Seda e fu fortificato con una rocca; poi di nuovo fu dei Malatesta, ai quali ancora una volta fu tolto nel 1324 da Francesco Ordelaffi da Forlì il quale, espulso con infamia dalla città di Cesena, con intento di feroce conquistatore cavalcò alla volta del Castello di Roversano, lo saccheggiò e lo smantellò distruggendolo quasi completamente.
( libro V della storia di Rimini del Clementi).
Di durata assai breve fu il trionfo di Francesco Ordelaffi poiché i cesenati ben presto riconquistarono il castello di Roversano tassandolo però di un canone annuo e dal quale venne esonerato nel 1332 per decreto di Guido, Arcivescovo di Ravenna.
Però l'esonero ebbe una breve durata per Roversano poiché poco dopo, il conte Ugolino Corbario li riaggravò di una tributo di 260 fiorini annui a favore del Vescovo Egidio Sabiniense o Subienense, tributo che venne pagato fino all'anno 1365, anno in cui fu esonerato dall'Arcivescovo Petrocino o Petrocinio.
Nel 1333 Cesena cade sotto il dominio degli Ordelaffi il quale affida il 14 marzo 1334 la città alla moglie Marzia degli Ubaldini che vi trasferisce con il figliastro Francesco il quale si impadronisce di tutto il territorio della valle del Savio e del Montone.
Nel 1340 l'Ordelaffi, per un decreto dell'imperatore tedesco (Lodovico il Bovaro), diventa signore di Forlì, Cesena e castelli circostanti, fra cui Roversano.
Nel 1357 gli Ordelaffi vengono sconfitti dal cardinale Albarnoz e la città ed i castelli circostanti vengono restituiti alla chiesa.
Nel 1371 il castello di Roversano , con 50 focolari, era ritornato sotto il dominio della Chiesa di Ravenna che ne affidò la temporanea custodia a Ubaldo Ubaldini che in seguito si rifiutò di restituire il castello alla Chiesa Ravennate e nel 1392 lo vendette a Cecco e Pino degli Ordelaffi.
In merito a questo fatto lo storico Giovanni Pedrino racconta: - Come il castello di Roversano venne in possesso dei Signori di Forlì, cioè a Cecco e Pino Ordelaffi in questo modo: il figlio di Gasparre degli Ubaldini, di nome Ubaldino, era in possesso della rocca di quel Castello.
Pur essendo a conoscenza che molti Castelli venivano restituiti ai Malatesta od alla Chiesa Ravennate, si accordò per la cessione ai ghibellini Cecco e Pino Ordelaffi con il consenso degli abitanti del Castello.
Poi Ubaldino andò a Forlì onorato e ricompensato.
L'Arcivescovo di allora, Migliorati, che fu poi papa col nome di Innocenzo VII, non si rassegnò alla perdita del Castello; raccolse subito un forte esercito e marciò contro i ghibellini padroni di Roversano.
Vinti questi Roversano ritornò alla chiesa di Ravenna e rimase sottomesso ad essa fini al 1403, anno in cui passò ad Andrea Malatesta.
Anche il governo di Andrea Malatesta non fu lungo ne pacifico a causa delle continue rivalse dei Signori di Forlì.
Sembra che ad un certo punto si ponesse fine alle dispute per diretto interessamento del Papa.
Nel 1415 i Malatesta di Cesena, sempre vicini al Papato, ottennero in Vicariato il castello di Roversano e vari altri Castelli con ogni probalità grazie ad altre concessioni fatte ai ghibellini di Forlì.
Sotto il vicariato dei Malatesta Roversano potè godere di un lungo periodo di tranquillità.
Nel 1425 la chiesa di S. Pietro in Roversano fu elevata a parrocchia.
Il primo od il 28 gennaio 1379 Galeotto Malatesta diviene signore di Cesena.
? Dal 1454 diviene signore di Cesena Novello Malatesta il quale, oltre a numerose opere, quali la costruzione della biblioteca che da lui prende il nome, fa costruire il ponte in muratura sul fiume (ponte vecchio) che, travolto da una piena nel 1684, fu ricostruito nella forma attuale tra il 1766 ed il 1771, la diga a Mulino Cento ed il canale dei mulini, per la cui costruzione fu necessariocostruire una lunga galleria sotto il monte della Branzaglia.
Tutti i mulini di Cesena sono di proprietà di Malatesta Novello; a Roversano vi era il mulino della Bugazza che il Malatesta fa gestire da un suo incaricato ed i cui utili ( del mulino della Bugazza) li devolvere per il mantenimanto di 10 studenti nello Studio Francescano.
Con la morte del Malatesta avvenuta il 20 novembre 1465 il potere passa al nipote Roberto indi al padre Sigismondo alla morte del quale, avvenuta nel 1468, Cesena e castelli, fra cui Roversano, ritornano alla Chiesa.
Spentosi la linea dei Malatesta Roversano continuò ad essere governato dai Cesenati che lo amministrarono come una frazione del loro territorio fino al 1552 con una parentesi nel 1502 quando fu occupato da Federico da Montefeltro e che poi fu costretto a restituirlo alla Santa Sede.
Da un documento del 1512 risulta che l'ordinamento politico della contea di Roversano era retta da un consiglio generale, un consiglio ristretto e due consoli.
Papa Giulio III nel 1554 infeudava il Castello di Roversano a Cristoforo Cacciaguerra e detto feudo fu rinnovato fino al 1623, anno in cui si estinse la linea della famiglia Cacciaguerra.
Ultimo della linea diretta di questa famiglia fu Perinto, morto a 17 anni il 5 maggio 1623.
Sotto il pontificato del papa Paolo IV la famiglia Cacciaguerra ottiene l'autorizzazione ad aprire il mercato a Roversano il 24 marzo 1550; è un tentativo per cercare di impedire il distacco dell'antico feudo arcivescovile dalla comunità cesenate.
Il 22 marzo 1661 Roversano fu distrutto quasi completamente da un violentissimo terremoto.
Per combattere contro i francesi durante la dominazione napoleonica giunse a Cesena una colonna di cavalleria napoletana, mandata dai Borboni per impedire che la Romagna si staccasse dallo Stato Pontificio.
I francesi erano sporchi, disordinati e rapaci e quelli che uscivano dai ranghi si disperdevano nelle campagne.
I contadini, per non essere massacrati, li uccidevano e li seppellivano nei loro campi.
Il 5 febbraio 1795 , 25 fanti e 12 dragoni francesi furono uccisi dai soldati pontifici a Roversano.
Per la storia questi soldati laceri e a piedi nudi entrarono e conquistarono Napoli senza trovare seria resistenza.
Roversano fu istituito come comune forse fin dal 1600; è comunque certa l'annotazione storica che riporta il rifiuto del Comune di Roversano alla proposta di Napoleone I di estendere in più ampi confini l'area del comune.
Attorno al 1892 la sede del comune che era situata vicino al Castello, fu spostata nella parrocchia di San Carlo Roversano è stato comune fino al 1925 e nel suo territorio erano comprese le frazioni di S. Carlo, Castiglione e Taverna.
Il comune, nel 1894, aveva una superficie di 1068 ettari e contava 1907 abitanti ed era un'isola nel comune cesenate.
Il confine fra i due comuni era costituito dal rio Baccaredo dal quale sgorgavano acque salate usate dagli abitanti della zona per usi di cucina.
Nel 1926 il comuna di Roversano fu inglobato a Cesena in cambio di: - una fontana pubblica allacciata ad un pozzo a valle ( la cisterna che alimentava la fontana e che veniva rifornita da una pompa elettrica posta nel pozzo a valle è posta nella sala situata nei resti del torrione che si trova alla sinistra della porta); - anaffiamento delle strade del paese durante i mesi estivi ; - disponibilità di tre posti letto nell'ospedale per gli ex cittadini di Roversano.

La CHIESA
 La chiesa di Roversano è situata all'interno di quello che un tempo era il perimetro murario.
Un tempo, adiacente posteriormente ad essa, vi era il cimitero trasferito poi fuori dalle mura nella posizione in cui si trova attualmente.
L'attuale chiesa, la cui prima pietra fu posta nel 1664, ricalca quella antica di S.
Pietro crollata nel 1961 a causa di un violento terremoto.
Nelle cronache del Burchi è scritto che a Roversano, nel 1290, esistevano ben tre chiese dedicate a S. Pietro, S. Giorgio e S. Vicinio; in particolare S. Pietro divenne parrocchia nel 1425 e nel 1564 si cominciò il libro degli sposalizi.


L'ARCO
 Il castello di Roversano aveva una sola porta di ingresso fatta sicura da un robusto ponte levatoio e fiancheggiato da un forte e grosso torrione ( Pio Benizzi-1905 ).
E' probabile che i torrioni fossero due: uno posto alla sinistra di chi entra ed i cui resti si possono ancor oggi ammirare e l'altro posto alla destra in posizione speculare all'altro ed andato distrutto.
La porta d'accesso, detta "Arco di Roversano " per la sua forma arcuata, tipologicamente è composta da due aperture di cui una ampia carrabile ed una pedonale di dimensioni ridotte.
Un tempo costituiva un punto nevralgico sia dal punto di vista militare che economico in quanto era il punto ove era posto il posto di guardia, si controllavano tutti coloro che entravano nel castello e ove si pagavano i dazi sulle merci che entravano nel castello.
Al calar della sera, le porte venivano serrate ed il ponte levatoio sollevato e nessuna poteva entrare od uscire dal castello.
Il ponte veniva riabassato e le porte riaperte alla mattina del giorno dopo.
Si dice che la porta risalga all'anno 1000.
La porta oggigiorno non porta alcun segno che denoti l'esistenza del ponte levatoio al contrario, per esempio, della porta del castello di Sorrivoli in cui sono ancor oggi perfettamente conservate le strutture murarie occorrenti per la manovra del ponte come le feritoie da cui uscivano le travi che avevano la funzione di bilanciare, con apposita contrapesatura, il peso del ponte.

I TORRIONI
 Oggi rimangono solo i resti di quelli che erano i torrioni del castello, torrioni distrutti sia dai terremoti ( in minima parte) che dai borbardamenti subiti dirante l'ultima guerra.
Gli abitanti poi hanno utilizzato il materiale recuperato dalle macerie sia dei torrioni che delle mura per costruire le proprie abitazioni, cosi come si può vedere nelle vecchie case.
Percorrendo il perimetro murario oggi ne sono identificabili quattro, ma un tempo erano più numerosi come pure ha interpretato il pittore Malmerendi nel suo dipinto collocato nella chiesa di Roversano.
( I torrioni per alcuni erano nove, per altri undici).
Pio Benuzzi in merito scrisse (nel 1905 ): Il castello di Roversano, situato in una splendida ubicazione, con una imponente elevatezza, era circondato da forti mura delle quali anche al presente restano alcune vestigia da bastioni o baluardi in bell'ordine disposti.

LO SCURTADUR
 Era ed è tuttora chiamato il percorso più breve che collega la torre ed il borgo medioevale all'abitato di San Carlo.
Si inerpica comodo e veloce all'ombra di rubinie e roveri.
Dopo uno stretto tornante si divide : da un lato si congiunge con la strada comunale mentre dall'altro prosegue, attraverso campi privati, fino al colle su cui si erge la torre emblema di Roversano.
Qualcuno ricorda che per mantenerlo percorribile anche in inverno alcuni tratti erano stati sistemati a scalini fatti con mattoni prodotti dalla fornace di S. Carlo.
Leggende locali narrano che in passato esisteva un collegamento sotterraneo fra la torre ed il castello e che veniva utilizzato nei momenti di emergenza, ma questa rimane solo una leggenda benchè circondata da un indubbio fascino.

La VIA CASTELLO
Roversano si sviluppa linearmente lungo l'asse principale che ricalca quello di crinale che attualmente si chiama via Castello; è l'unica via carrabile all'interno della cinta muraria.
Lungo il suo tracciato vi si svolgevano tutte le attività connesse alla vita del borgo.
Un'altra strada, questa solo pedonale, corre lungo le mura alla sinistra di chi entra e va fino alla parte opposta delle mura.
E' probabile che questa strada ricalchi il percorso dell'antico cammino di ronda che seguiva tutto il perimetro delle mura.
L'attuale strada (via Castello) quasi certamente è stata costruita quando il castello aveva perso la sua funzione di piazzaforte e di luogo fortificato; infatti per i canoni costruttivi dei sistemi difensivi dell'epoca la porta che immetteva al castello non era in asse con la strada principale ma , oltrepassata la porta, immetteva in detta strada mediante un percorso sterzato delimitato , per il primo tratto, da ambo i lati da un muro e un terrapieno sul quale i difensori potevano bersagliare dall'alto gli eventuali invasori e questo per evidenti ragioni militari di tattica difensiva.
Infatti la porta della chiesa doveva essere in asse con la via principale e la facciata faceva da fondale alla strada stessa, mentre attualmente la porta è disassata rispetto la via attuale.

RESTI DELLE MURA
Sono ciò che rimane dell'antico castello colpito da varie vicissitudini.
La storia racconta che saccheggi, incendi e terremoti hanno distrutto numerose volte la cinta muraria.
Nel 1300 il castello fu demolito dalle fondamenta , ricostruito dalla Santa Sede nel 1319, restaurato dai Malatesta nel 1415 fu irremidiabilmente leso dal terremoto del 1483 ed ultimo quello del 1661 che provocò il crollo quasi totale del sistema murario-difensivo.
Come detto più sopra il materiale murario fu poi utilizzato dagli abitanti per costruire le proprie abitazioni.
Vi sono gallerie che partendo dai torrioni probabilmente seguivano il percorso delle mura (oggi ne esistono solo piccoli tratti ed in gran parte interrati).
La funzione di queste gallerie erano molteplici; permettevano, con un percorso sotterraneo, ai difensori di portarsi alle spalle di eventuali nemici penetrati all'interno delle mura.
L'altra funzione molto importate era di difesa preventiva; infatti consentivano di ispezionare la base delle mura e controllare che gli eventuali nemici non scavassero gallerie per penetrare entro il perimetro del castello sorprendendo i difensori.
Inoltre all'interno del castello vi sono stanze sotterranee collegate tramite ampie gallerie all'esterno delle mura.
Queste stanze servivano sia per immagazzinare viveri che per cisterne dell'acqua piovana in vista di un assedio.
Certamente non venivano usate come stalle per cavalli od altro bestiame in quanto, dato lo spazio limitato entro le mura, i cavalli dentro il castello erano solo quelli di pertinenza del castellano mentre le truppe poste a difesa del castello appartenevano alla fanteria in quanto la cavalleria, come è facilmente intuibile, era un corpo d'attacco; inoltre, sempre per un eventuale assedio, eventuali animali erano un peso per gli assediati a causa del grande fabbisogno di cibo e di acqua che occorreva per il loro sostentamento e non erano di nessuna utilità per gli assediati.
Gli animali che si trovavano entro le mura venivano eventualmente tenuti in appositi luoghi posti in superficie ed eventualmente utilizzati come cibo dagli assediati.


LA TORRE
La torre , posta nel poggio più alto, è a base quadrata di mt. 8x8 ed è alta 16 metri .
Anticamente la torre doveva servire, oltre che per avvistamento, anche per segnalazione.
Infatti era inserita in un sistema di torri visibili una con l'altra :dalla rocca di Cesena si vede la torre di Roversano dalla quale si vedeva quella, ora scomparsa del castello di S.Lucia ecc.
Sembra che un messaggio spedito da Cesena con questo sistema di rilanci, raggiungesse Roma in circa 7 ore.
Le segnalazioni venivano effettuate sia con materiali riflettenti che con fuochi, perciò la torre era priva di tetto.
Il tetto fu costruito quando ormai il castello aveva perso la sua funzione e la torre fu utilizzata come torre campanaria con l'istallazione della campana dell'orologio che fungeva anche da campana civica che veniva attivata nelle varie circostanze e, data la posizione della torre, il suo suono veniva udito a grande distanza.
La vecchia campana pesava 16 quintali fu asportata dai tedeschi durante l'ultima guerra facendola ruzzolare giù dalla rupe .
Dopo gli eventi bellici fu sostituita da una campana più piccola ( 6/7 quintali ).
Ancor oggi si può notare la parte aggiunta alla torre per ricavare la cella campanaria.


BIBLIOGRAFIA

Breve storia della città di Cesena di Sigfrido Sozzi
Opuscolo su Cenni storici su Roversano edito dall'ARCI di Roversano
Articoli apparsi su IL RESTO del CARLINO
 Opuscoli editi dal circolo culturale LA TORRE SUL FIUME
 

Valle Savio Quartiere

Venerdì 14 Dicembre 2018

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